Coronavirus, a Torino niente movida: in giro solo qualche pusher

Coronavirus, il sabato sera surreale di Torino: strade vuote e solo rider a lavoro

TORINO. Largo Marconi è la porta di San Salvario. E’ il posto in cui, ogni sera, centinaia, migliaia di ragazzi escono dalla metro e si riversano in massa nel “quartiere della movida”. Un’etichetta stampata in fronte, che nessuno è mai riuscito a strappare. Fino a ieri. Il primo sabato sera dove in “Sansa” non c’era nessuno. In largo Marconi, verso le 23, si vedevano solo due ragazzi seduti su una panchina con una birra. In tutta la sera non ci sarebbe più passato nessuno, tranne una signora con il suo cane per l’ultima passeggiata prima di andare a dormire. Il cuore pulsante della movida, largo Saluzzo, è avvolto da un silenzio assordante.


L’unica traccia della presenza umana è una bottiglia di birra vuota lasciata su una panchina chissà quanto prima. Si sente solo qualche voce provenire da una finestra che affaccia sulla piazzetta. Anche l’aria è pulita: non ci sono più le nuove di fumo, né l’odore acre dell’alcol e dell’urina. Poi, passano due ragazzi. Lui e lei, hanno circa trent’anni. Clara e Max si chiamano. Ma lo sapete che non potete stare qui? Non avete paura che passi una voltante e scatti la denuncia? «Ma no, siamo vicini di casa, abitiamo qui dietro e ovviamente possiamo dimostrarlo. Facciamo solo una passeggiata veloce e poi torniamo subito a casa».


Per incontrare qualcun altro bisogna andare di fronte ai pochi ristoranti aperti per le consegne a domicilio. Di fronte a uno di questi, in via Bertohllet, ci sono venti riders. Tutti sotto il dehor, ad aspettare che il loro ordine sia pronto. E’ tardi, nessuno sorride, quasi tutti hanno la faccia stravolta: hanno lavorato tutta la notte.

In piazza Madama Cristina arriva un gruppetto di due ragazze e un ragazzo. Sghignazzano un po’ e corrono dentro un portone. Poi di nuovo il deserto. Nel quartiere vuot, però, non ci sono solo i rider che lavorano. Gli spacciatori sono ancora lì. Non se ne sono mai andati, e ieri come lo scorso sabato erano agli angoli delle strade, al riparo dalla luce, in attesa che arrivi qualcuno. Uno di loro, magrebino, si avvicina subito: «Dai ragazzi, venite qui». Insiste, si innervosisce, ma basta allungare il passo e lui si ferma, come se non potesse superare un limite invalicabile. E’ la paura dei controlli e delle volanti che girano per il quartiere. Un suo collega, maliano, spiega che per lui la situazione non è cambiata molto. Lui vende roba pesante, e il bisogno dei tossicodipendenti di trovare eroina o crack non se n’è andato con l’arrivo della quarantena. «Però chi vende fumo o erba non ha più clienti, perché non c’è nessuno in giro – spiega – Per questo il tipo che avete visto era nervoso». Di ritorno in largo Marconi la situazione è la stessa. C’è solo un rider, su una panchina, che si riposa. Le porte di San Salvario sono aperte, ma il quartiere è chiuso. 


E al mattino basta inoltrarsi anche in altre zone del centro, come via Roma, normalmente, per capire quanto Torino e le città e i paesi d’Italia e ormai di mezza Europa, siano stati stravolti dalla paura della pandemia. Il sole che filtra, pallidissimo, sotto questo cielo di piombo, disegna ombre sinistre; le serrande dei bar e dei ristoranti sono abbassate, qualcuno guarda dalla finestra, si sente un cane abbaiare. Torino, nella sua prima domenica dopo il decreto, ha quasi un’ambientazione lunare. E lascia trasparire questo senso d’angoscia che, fino a una settimana fa, non ci apparteneva.   

Link Riferimento



Lascia un commento

Open chat
1
Benvenuto. Hai bisogno di informazioni?
Powered by