Coronavirus, questa è l’occasione per ripensare al benessere di tutti. Ad esempio superando il Pil

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Dalle grandi crisi nascono grandi opportunità. La frase è una di quelle spesso ripetuta dai cosiddetti ‘coach’ aziendali o dai motivatori personali da strapazzo, ma mai come oggi ha un suo fondamento.

Jacob Rothschild diceva che quando il sangue scorre per le strade è il momento di comprare. Parafrasando questa truculenta frase protocapitalista io direi che la crisi mondiale portata a noi da un minuscolo essere vivente della categoria dei virus può rappresentare la nostra grande opportunità di ripensare completamente l’attuale modello di sviluppo umano.

Il capitalismo neoliberista si è dimostrato nei fatti una ricetta inefficace e pericolosa per la sussistenza stessa dell’essere umano. Il mercato non si regola affatto da se stesso, come pretendeva Milton Friedman, ma finisce solo per favorire chi è già ricco, i manigoldi e i furbi (e spesso le tre cose coincidono). Soprattutto, il neoliberismo sfrenato attuato in tutto il mondo occidentale dagli anni ’80 in poi, negando il ruolo centrale dello Stato nelle più importanti cose umane, ha condannato i più ampi strati della popolazione alla morte sociale quando si verificano emergenze come quella del Covid19.

Trentasette miliardi sottratti alla sanità pubblica negli ultimi vent’anni ci fanno riscoprire l’importanza delle cure per tutti e speriamo bene che dopo questa esperienza i politici non tornino beotamente ad accettare il dogma del Pil e le stravaganze plutocratiche reaganian-thatcheriane.

Il Pil, quel fantomatico indice che tutti gli Stati occidentali rincorrono nel tentativo di aumentarlo anno dopo anno, non misura certo il benessere dei cittadini. Il Pil è una invenzione americana, un parametro che calcola il valore complessivo di tutti i beni e servizi prodotti da un paese, comprese le bombe atomiche e tutte le armi di sterminio di massa. Ogni cannone costruito, significa, per il Pil, più benessere.

E’ evidente che non può essere un sistema valido per misurare un paese, e neanche il mondo. Lo aveva capito molto bene un economista di quel periodo, Simon Kuznets, che dopo la grande crisi del ’29 provò a misurare i redditi di famiglie e aziende americane. Ovviamente, il risultato fu assai misero e il governo, malgrado il presidente fosse il Roosevelt del New Deal, decise per la misurazione del Pil che poteva dare al mondo l’idea di una incredibile ripresa economica degli Usa grazie alla spesa per le armi che si stavano costruendo per una Guerra Mondiale.

Oggi, grazie ad un virus, abbiamo l’occasione di superare globalmente il concetto fuorviante di Pil per abbracciare modelli di misurazione dello sviluppo umano più naturali e più connessi con il nostro effettivo stare bene. Oggi è addirittura l’Ocse, l’Organizzazione Internazionale per la cooperazione e lo sviluppo economico che raggruppa 41 paesi, a diffondere un’altra misurazione per valutare gli Stati.

Si chiama ‘How’s life 2020’ e null’altro è che una misurazione del benessere dei cittadini dal 2010 ad oggi attraverso parametri che non hanno a che fare con la politica o con gli armamenti, ma solo con la vita umana. Indicatori che includono sicurezza, qualità del lavoro, quantità di tempo libero, aspettativa di vita, possibilità di avere una casa, percentuale di diseguaglianze, impegno politico, risorse naturali, relazioni sociali e di comunicazione con i propri rappresentanti politici, salute e percezione del proprio benessere.

La maggior parte dei cittadini dell’area Ocse rivela di essere più soddisfatta e realizzata di dieci anni fa, ma naturalmente un calcolo di questo genere fa anche emergere problemi che il Pil non potrà mai rilevare: il 12% dei cittadini Ocse vive in povertà (in Italia sale al 14%) e un altro 36% potrebbe finirci con appena tre mesi senza stipendio (in Italia il 27%); il 14% è insoddisfatto di come trascorre il proprio tempo (in Italia il 15%), mentre il 7% di cittadini è infelice tout court (in Italia l’8%), ma il punto è che una misurazione statistica di un paese non può essere basata solo sul denaro, sui beni e sui servizi.

Come ha scritto l’economista indiano premio Nobel Amartya Sen, nel suo libro Sviluppo è libertà, ‘accade spesso che il livello di reddito non sia un indicatore adeguato di aspetti importanti come la libertà di vivere a lungo, la capacità di sottrarsi a malattie evitabili, la possibilità di trovare un impiego decente o di vivere in una comunità pacifica e libera dal crimine’.

Naturalmente non siamo di fronte ad un passaggio indolore, ma dovrà essere lo Stato a salvaguardare i suoi cittadini, non certo l’iniziativa privata, volta per sua natura al mero profitto economico. Sembra incredibile che per arrivare a queste conclusioni di buon senso l’umanità abbia avuto bisogno di un virus.


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