Coronavirus, Sestili: «Per tornare alla normalità serviranno più di 40 giorni»

Altro giorno, altra misura di contenimento per fermare il coronavirus. Ma l’unico modo per ridurre i contagi, in Italia, sembra proprio questo. Chiudere tutto, come ha fatto la Cina che ha superato il picco di contagi e che il 12 marzo ha registrato solo 15 nuovi casi.

Per arrivare a questo risultato, però, ci sono voluti circa 40 giorni e Pechino non può ancora dire di aver sconfitto il Covid-19.

«Il rischio che riparta il contagio è altissimo», conferma a Lettera43.it Giorgio Sestili, fisico, comunicatore scientifico e amministratore della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi”. «In Cina è vero che ora ci sono pochissimi nuovi casi ma è altrettanto vero che non è stato riaperto quasi nulla». Diventa quindi molto difficile capire quando il nostro Paese tornerà alla normalità.

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Giorgio Sestili, fisico, comunicatore scientifico e amministratore della pagina Facebook “Coronavirus – Dati e Analisi”

DOMANDA. Quando torneremo alla vita pre-coronavirus?
RISPOSTA.
Non so rispondere, purtroppo. La Cina, però, ci ha fatto capire una cosa importante: 40 giorni non bastano per tornare alla normalità.

E quando raggiungeremo i risultati della Cina?
Se seguiremo le misure di contenimento, tra 30 o 40 giorni potremmo avere pochissimi nuovi casi, proprio come in Cina, ma ancora moltissimi contagiati. Quindi gli ospedali saranno ancora sotto sforzo.

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Secondo l’epidemiologa Stefania Salmaso, il picco in Lombardia potrebbe arrivare a metà aprile.
In questo momento non ci sono dati che possono confermare o smentire questa previsione. In Italia siamo ancora in una crescita esponenziale dei casi se guardiamo al dato nazionale. Ci sono segnali incoraggianti e positivi dalle prime zone rosse: da Codogno, Lodi, Piacenza. Si vede un rallentamento. Questo vuol dire che le misure di contenimento stanno funzionando ma solo dopo un certo tempo, più o meno due settimane. La speranza è vedere questi segnali in tutto il Paese tra qualche giorno.

Il presidente della Regione Veneto Luca Zaia ha detto: «Se andiamo avanti così, il 15 aprile 2 milioni di veneti saranno contagiati». È verosimile come previsione?
Mi sembra molto difficile. Gli abitanti del Veneto sono 4,9 milioni: sarebbe una cosa pazzesca. Vorrebbe dire che non siamo stati in grado di contenere minimamente il virus. In Cina ci sono 80 mila contagiati, quindi quella di Zaia mi sembra un’ipotesi allarmistica. Probabilmente il governatore voleva mandare un messaggio. In questo caso può essere utile comunicare uno scenario catastrofico per far capire la necessità di misure durissime.

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Anche in Germania Angela Merkel ha lanciato l’allarme: «Potrà infettarsi fino al 70% della popolazione». Cosa ne pensa?
Non si possono fare analisi su dati sparati così. In questo momento non c’è alcuna ricerca in grado di dare una risposta. Quello che possiamo dire è che, se non facciamo niente, questo virus ha la potenzialità di infettare una grossa fetta della popolazione mondiale perché ha quel famoso parametro, R0, tra i 2,5 e i 3.

Cosa vuol dire?
Che una persona infetta può contagiarne altre 2-3. È la tipica crescita esponenziale. Questo è l’R0 in assenza di contenimento, con il Covid-19 che si espande senza problemi. Le misure servono ad abbassare proprio quel parametro. In Cina ci sono riusciti: è possibile fermare il virus. Per questo quelli prospettati da Zaia e Merkel sono scenari possibili ma in assenza di misure. Con quelle giuste non ci si arriverà.

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Quante fake news e bufale stanno circolando sul coronavirus?
Molte. Da chi dice che il virus è stato creato in laboratorio a chi crede che dietro la pandemia ci sia un disegno di chissà quale potere. L’unico antidoto alle fake news è un’informazione seria, documentata e per un pubblico ampio. Finché gli scienziati comunicano tra loro sulle riviste specializzate le informazioni restano tra addetti ai lavori. Dobbiamo portare studi e analisi a tutta la popolazione. Possiamo dire che il vaccino alle fake news sono la comunicazione e l’informazione scientifica.

Come fanno i cittadini a capire se uno studio è attendibile?
Bisogna affidarsi a organi di informazione autorevoli. Meglio consultare siti scientifici invece che generalisti. Insomma, dobbiamo informarci solo su organi riconosciuti.

Il caldo può aiutare a combattere il coronavirus?
Non ci sono ricerche confermate. Per molti virus è così: c’è una forte dipendenza da temperatura e umidità. Per il Covid-19 non si sa. Ci sono degli studi in corso. In questo momento possiamo dire che si sta trasmettendo da Est verso Ovest, dall’Asia all’Europa e poi agli Stati Uniti, all’interno di una fascia molto stretta a livello di latitudine. Si vede chiaramente che i contagi si concentrano tra i 40 e i 50 gradi nord di latitudine: è la fascia che comprende Wuhan, tutta l’Europa e l’area più colpita degli Stati Uniti. Questa fascia ha temperatura e clima molto simili in questa stagione. Ma nessuno può dire se il coronavirus può sopravvivere in altre condizioni ambientali. È da verificare.

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