L’emergenza coronavirus vista dai migranti in Nord Africa

Contagion area. Zone de contagion. Mintaqat aleadwaa. La notizia dell’emergenza coronavirus in Italia è arrivata dall’altro lato del Mediterraneo.

Nei centri di detenzione della Libia e nelle case che nascondono i migranti sulle coste della Tunisia e del Marocco, le voci corrono veloci di bocca in bocca, di dialetto in dialetto.

Ora tutti sanno che il Paese meta del loro viaggio verso la salvezza ha un grosso problema da affrontare. Le Ong che monitorano i barconi in mare hanno registrato una diminuzione delle partenze, ma nell’ultima settimana il mare è stato molto agitato. «Potrebbe essere solo una casualità», spiegano le organizzazioni umanitarie, «ben presto si tornerà a partire, soprattutto man mano che il clima diventerà più mite e il mare più calmo». Secondo i dati forniti dall’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr), dal 28 febbraio non ci sono stati arrivi sulle coste italiane mentre gli sbarchi non si sono mai interrotti sulle isole greche e sulle coste spagnole. Una cosa appare certa: secondo le organizzazione nordafricane, il coronavirus in Italia non scoraggerà i migranti.

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Migranti in un centro di Tripoli (Getty Images).

«PER CHI SCAPPA DALLA GUERRA IL VIRUS È L’ULTIMO DEI PROBLEMI»

«La percezione della situazione non può essere oggettiva fuori dall’Italia», racconta a Lettera43.it Mustapha Abdelkabir, presidente dell’Osservatorio tunisino sui diritti umani, «e per chi scappa dall’orrore, contrarre un virus è il più piccolo dei problemi. Non spaventa certo più di torture, guerre, rapimenti». Lo confermano i volontari delle associazioni marocchine che si occupano di coloro che vogliono partire alla volta del nostro Paese. Si tratta per lo più di uomini e donne che arrivano dall’Africa subsahariana.

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«Non hanno paura», dice la giovane attivista Nadja Assan, «anche se ho spiegato loro che è pericoloso arrivare in Italia in questo periodo, perché ci si può ammalare. Mi rispondono alzando le spalle, perché dopo aver attraversato a piedi il deserto, scampato a guerre e violenze, ormai l’obiettivo verso la salvezza è quasi a portata di mano. Non c’è razionalità che possa fermare chi ha investito tutto per questo viaggio», aggiunge l’attivista che tra l’altro ha parenti in Italia ed è molto preoccupata.

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Il salvataggio di alcuni naufraghi nelle acque libiche (Getty Images).

MANCANO I SOCCORSI IN MARE

Secondo Alarm Phone, la linea telefonica diretta di supporto per persone che attraversano il Mar Mediterraneo verso l’Ue, non è escluso che possano partire altre imbarcazioni dalle coste del Nord Africa, ma il problema è che in questo momento in mare non c’è quasi nessuno che possa correre in loro soccorso. La situazione è ancora molto confusa e le Ong non sanno se e quando potranno ripartire. L’11 marzo è partita verso la zona Sar libica la nave spagnola Aita Mari, ma restano i problemi legati agli sbarchi. Dopo un salvataggio, se e quando viene concesso il porto, resta infatti l’obbligo di quarantena a bordo, come accaduto per la nave Sea Watch a fine febbraio.

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L’APPELLO DELLE NAZIONI UNITE PER GARANTIRE CURE A TUTTI

Intanto l’emergenza coronavirus ha spinto le Nazioni Unite a lanciare un appello di emergenza per raccogliere decine di milioni di dollari per proteggere i rifugiati vulnerabili. «Sarebbe necessario un importo iniziale di 33 milioni di dollari per rafforzare il sistema di prevenzione e risposta», ha affermato Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Agenzia Onu per i rifugiati (Unhcr). A oggi, non sono stati segnalati casi di contagi da Covid-19 nelle comunità di rifugiati e richiedenti asilo ma per l’Agenzia è necessario garantire a tutti cure e accesso alle strutture sanitarie.

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