Poesie per combattere l’angoscia per il coronavirus

Poesie per combattere l'angoscia per il coronavirus 2

La pandemia da coronavirus sta segnando le nostre vite. La paura e l’angoscia crescono insieme con i nuovi casi, bollettino dopo bollettino. Per trovare conforto e coraggio, in questi giorni bui, possiamo però ricorrere alla poesia.

Possiamo iniziare con San Paolo che scrisse Cum enim infirmor tunc potens sum (Quando sono debole, allora sono forte). Oppure, in epoca di regole severe ma create per il bene di tutti, ricordare ciò che l’antico poema indiano Mahabharata dice del rispetto della legge cosmica, il dharma: «Se proteggi il dharma, il dharma ti protegge. Se distruggi il dharma, il dharma ti distrugge». La quarantena oggi è il nostro dharma.

RESISTENTI COME LA GINESTRA DI LEOPARDI

La sfida tra uomo e le minacce incombenti della natura sono al centro della lirica La Ginestra di Giacomo Leopardi del 1836. Il fiore che cresce sulle falde del Vesuvio è un simbolo di bellezza, di resistenza e di eroica determinazione.

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Anche gli uomini possono fare lo stesso unendo le loro debolezze e rinunciando ai loro egoismi per stringersi in una catena in grado di resistere a una natura crudele e più forte di loro: «L’empia natura/ strinse i mortali in social catena,/ fia ricondotto in parte/ da verace saper, l’onesto e il retto/ conversar cittadino,/ e giustizia e pietade, altra radice/ avranno allor che non superbe fole,/ ove fondata probità del volgo/ così star suole in piede/ quale star può quel ch’ha in error la sede». Aveva ragione dunque Gianni Rodari: «Con un po’ di esercizio è possibile prendere lezioni di ottimismo anche da Giacomo Leopardi».

ULISSE SIMBOLO DI CORAGGIO

Poco più di 10 anni prima della lirica del poeta di Recanati, l’inglese Alfred Tennyson aveva composto Ulisse uno degli inni più belli al coraggio, ispirato alla figura dell’eroe omerico (visto anche attraverso la versione dantesca) e che in Italia conosciamo nella traduzione di Giovanni Pascoli: «Molto perdemmo, ma molto ci resta: non siamo la forza/ più che nei giorni lontani moveva la terra ed il cielo:/ noi, s’è quello che s’è: una tempera d’eroici cuori,/ sempre la stessa: affraliti dal tempo e dal fato, ma duri/ sempre in lottare e cercare e trovare né cedere mai».

LA POESIA INVICTUS AMATA DA MANDELA

Il premio Nobel indiano Rabindranath Tagore scrisse così nella sua Preghiera al Coraggio: «Che io non preghi per essere al riparo dai pericoli,/ ma per avere il coraggio di affrontarli./ Che io non preghi perché venga lenito il mio dolore,/ ma per riuscire a superarlo./ Che io non mi affidi agli alleati sul campo di battaglia della vita,/ ma piuttosto alla mia propria resistenza». L’americano Edgar Guest che visse nella prima metà del XX secolo era detto “il poeta del popolo” proprio per i suoi versi di incoraggiamento. Vai fino in fondo (See it through) è una delle sue composizioni più famose: «Ricorda che stai affrontando/ quello che altri uomini hanno incontrato/ potrai fallire, ma cadi combattendo/ non mollare qualsiasi cosa tu faccia/ sguardo avanti, testa alta fino alla fine./ Vai fino in fondo!».

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Ma uno dei più convinti inviti a non arrendersi arriva dai versi di Invictus, scritta su un letto di ospedale nel 1888 da William Ernest Henley, poeta che per tutta la vita lottò contro la malattia. La poesia è celebre anche perché era una delle liriche più amate da Nelson Mandela durante i lunghi anni di prigionia: «Nella stretta morsa delle avversità/ Non mi sono tirato indietro né ho gridato/ (…)/ Eppure la minaccia degli anni/ Mi trova, e mi troverà, senza paura/ Non importa quanto stretta sia la porta/ Quanto impietosa sia la vita/ Io sono il padrone del mio destino:/ Io sono il capitano della mia anima­».

L’UNGARETTIANO «NON SONO MAI STATO TANTO ATTACCATO ALLA VITA»

È il poeta soldato Giuseppe Ungaretti in Veglia a ricordarci in pochi versi come gli uomini nel momento della paura e dello smarrimento riscoprono tutta la pienezza dell’amore e la voglia di vivere: «Nel mio silenzio/ ho scritto lettere piene d’amore/ Non sono mai stato/ tanto/ attaccato alla vita». Perché dopo il momento di dolore, la vita comunque riprende. Lo raccontava Nicola Moscardelli, un altro poeta che aveva conosciuto le trincee, in Rinascita: «L’erba cresce e la neve si scioglie,/ da ogni cicatrice spunta un’ala/ col fremito d’un fiore sullo stelo./ Scompare ogni tua doglia, anche il tuo cuor si spetra/ e nel futuro hai fede e nel passato».

SPERANZA E ALLEGRIA MEDICINE DELL’ANIMA

Gli imprevisti e le sfide vanno affrontate con l’idea che possano essere un’opportunità per cose più grandi. Lo ha detto meravigliosamente lo scrittore Fernando Sabino in versi (tratti dal romanzo O Encontro Marcado) spesso attribuiti apocrifamente a Fernando Pessoa: «Dobbiamo fare:/ dell’interruzione, un nuovo cammino,/ della caduta, un passo di danza,/ della paura, una scala,/ del sogno, un ponte,/ del bisogno, un incontro». Nei momenti difficili è necessario proteggere anche l’allegria. Ce lo ricorda il poeta uruguaiano Mario Benedetti in Difendete l’allegria: «Difendere l’allegria come una trincea/ difenderla dallo scandalo e dalla routine (…)/ difendere l’allegria come un principio/ difenderla dallo stupore e dagli incubi/ dai neutrali e dai neutroni/ dalle dolci infamie/ e dalle gravi diagnosi».

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La speranza è medicina dell’anima nei tempi cupi, come scriveva Pablo Neruda: «Al tuo soffio divino fuggiranno i dolori/ quale timido stormo sprovvisto di nido,/ ed un’aurora radiante coi suoi bei colori/ annuncerà alle anime che l’amore è venuto». Ognuno è però custode della propria fortuna, ricorda Walt Whitman nel Canto della strada aperta: «Non chiedo la buona sorte/, io sono la buona sorte,/ Quindi non mi lamento, né indugio oltre;/ Non ho bisogno di nulla».

IL TEMPO DELL’ATTESA

Recita un antico verso citato nel libro dei Samurai giapponesi Hagakure: «Metti il piede in fallo e cadi sette volte, otto rialzati e risorgi». In fondo è solo questione di avere pazienza perché la normalità prendendo in prestito un verso di Mario Luzi «ritornerà. Sii calmo». E poi come scrisse Percy Bysshe Shelley: «Se l’inverno arriva, può la primavera essere lontana?».

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