Sull’emergenza coronavirus Trump potrebbe giocarsi la rielezione

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Seduto alla storica scrivania donata 140 anni fa dalla regina Vittoria al presidente Rutherford Hayes e fatta con le travi del veliero britannico HMS Resolute, il presidente Donald Trump ha parlato di coronavirus alle 21 di mercoledì 11 febbraio, 36 ore prima di annunciare l’emergenza sanitaria nazionale.  

Quello dell’11 marzo doveva essere un’occasione solenne, come sempre da 60 anni quando un presidente parla dalla “Resolute”. È stato invece il peggior discorso mai tenuto dall’attuale presidente, 11 minuti di frasi sbagliate, gaffe, e di plateale tentativo di adattare anche la gravissima situazione sanitaria alle necessità della sua campagna elettorale, e non il contrario.

Persino la Londra dell’anima gemella Boris Johnson lo ha smentito 24 ore dopo, dicendo che non farà come lui. Insomma, uno show disastroso, peggiorato il giorno dopo da una conferenza stampa in occasione di una visita di Stato subito diventata un bis sul coronavirus, e un bis di gaffe.

L’INCAPACITÀ DI TRUMP E I TONI PRESIDENZIALI DI BIDEN

Qualcuno sostiene negli Stati Uniti che l’incapacità di Trump di essere all’altezza della situazione, più un buon discorso dai giusti toni presidenziali tenuto invece sull’emergenza sanitaria il giorno dopo dal candidato democratico Joe Biden, hanno segnato la campagna elettorale. Può darsi, anche se la prudenza spinge a ritenere ancora Trump il favorito, perché non è facile scalzare un presidente in carica che si presenta per il rinnovo. Ma certamente il mediocrissimo show dell’11 marzo dallo Studio ovale della Casa Bianca avrebbe fatto felice Henry Louis Mencken (1880-1956), il più famoso, articolato, sarcastico critico della american way of life, una icona e il più potente maître à penser degli Anni 10 e 20 riscoperto e apprezzato negli ultimi decenni, convinto che il sistema democratico basato sul principio one man one vote , come è giusto che sia, assicura però prima o poi l’arrivo alla Casa Bianca di un imbecille.

LE ACCUSE STRAMPALATE ALL?UNIONE EUROPEA

Il punto centrale la sera dell’11 marzo è stato l’annuncio del blocco degli arrivi, per 30 giorni e a partire dal 13 marzo, di persone dall’area Schengen, cioè l’area Ue di libera circolazione di cui fanno parte anche Paesi non Ue come Norvegia e Svizzera, non ancora l’Irlanda dato il suo storico status di libera circolazione con il Regno Unito. Blocco totale, ha detto Trump. L’Unione europea è stata accusata «di non avere preso le stesse precauzioni che abbiamo preso noi», che poi sarebbe il blocco degli arrivi dalla Cina adottato il 31 gennaio, l’unica cosa fatta finora da Trump. Fino a 24 ore prima aveva sottovalutato il problema, definendo il tutto un’influenza di stagione in fondo come le altre, un po’ più cattiva, ma che sarebbe passata. «Nulla è stato chiuso, la vita e l’economia procedono normalmente», twittava ancora lunedì 9 marzo. Nella mattinata dell’11, deponendo al Congresso, uno dei responsabili della Sanità americana, Anthony Fauci, assicurava invece che il tutto sta «peggiorando, peggiorando, peggiorando»; ma la Casa Bianca era su un’altra lunghezza d’onda.

IL TRIONFO DEL PROTEZIONISMO E L’ORGIA DELLA FORTRESSE AMERICA

La colpa nel caso americano (1663 colpiti a tutto 12 marzo su 44 Stati, cioè il 90% del territorio e 300 in più del giorno prima) è degli europei, ha detto Trump nel suo discoro, parlando di foreign virus dove la parola enfatica non è virus ma foreign, in perfetta sintonia con la più classica e ottusa delle tradizioni americane, su cui però molti politici dell’800 e qualcuno del 900 hanno costruito una carriera, e che vede nel foreign tutto il male e nell’American tutto il bene. «Un numero di nuovi focolai sono stati disseminati negli Stati Uniti da viaggiatori provenienti dall’Europa». Da cui non arriverà più niente se non strettamente controllato, ha detto Trump in un crescendo di parole senza senso. «Queste proibizioni non si applicheranno soltanto alla gigantesca quantità di beni commerciali e di merci di ogni genere, ma a varie altre cose man mano che le misure verranno approvate. Stiamo discutendo ogni e qualsiasi cosa di quanto arriva dall’Europa». Un trionfo del protezionismo, grazie coronavirus, un’orgia di fortress America.

LE PANZANE CHE HANNO COSTRETTO LO STAFF A CORRERE AI RIPARI

Subito, appena spenti telecamere e microfoni, lo staff presidenziale è corso ai ripari. Nessun blocco del commercio. Nessun blocco totale degli arrivi per i cittadini e i residenti americani che rientrano, con le loro famiglie se del caso.

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E non è vero quanto assicurato dal presidente, e cioè che grazie alla sua mediazione le assicurazioni sanitarie rinunceranno ai copayment, la partecipazione non di rado notevole che l’assicurato deve assumersi per una quota della spesa. La rinuncia al copayment riguarda solo le spese per il tampone dove peraltro, si può aggiungere, ci saranno problemi data la scarsità di laboratori attrezzati. E poi il muro, the wall, «che sta andando su più in fretta che mai» e che è una grande idea perché contribuisce a tenere lontano il coronavirus, ha detto il presidente. Peccato che dovrebbero essere i messicani ad alzarlo, visto che per il momento hanno secondo dati Oms l’1% circa dei casi registrati negli Stati Uniti, come pochi sono per ora i casi in America Latina, subcontinente non centrale rispetto ai flussi (e ai viaggi) dell’economia globale.

LA GRAN BRETAGNA ESENTATA IN OMAGGIO ALLA BREXIT

Insomma, un disastro, peggiorato l’indomani, il 12 marzo, quando tutte le domande in una conferenza stampa al termine dei colloqui con il premier irlandese Leo Varadkar si sono concentrate sul coronavirus. «It twill go very quickly», ha detto Trump, «finirà in fretta», speranza di tutti e soprattutto sua perché potrebbe compromettergli seriamente la campagna elettorale, ma certezza di nessuno, e quindi parole al vento. Il peggio è venuto quando qualcuno ha fatto una domanda collegata al fatto che la Gran Bretagna è esonerata dal blocco degli arrivi. «Perché stanno facendo un buon lavoro, molto buono», ha spiegato Trump. «Non hanno molti contagi, e speriamo che possano andare avanti così». Qui si toccano i vertici della manipolazione. La Gran Bretagna è stata esentata come omaggio alla Brexit perché questo fa politicamente gioco alla demenziale strategia di Trump di migliorare la bilancia commerciale americana spaccando e umiliando l’Unione europea, neppure preavvertita e consultata prima del blocco dei voli, come subito hanno rivelato i vertici dell’Unione, protestando. In realtà alla data dell’11 il Regno Unito aveva 373 casi ufficiali e una decina di morti, più di vari Paesi continentali toccati dal blocco. Ma c’è di più. Giovedì 12, forse casualmente ma mai sottovalutare la perfida Albione, Londra ha giocato un brutto scherzo all’amico Donald. Il premier Boris Johnson ha detto che i contagi non ancora accertati potrebbero essere già attorno a quota 10 mila, e il Cancelliere dello Scacchiere (ministro del Tesoro) Rishi Sunak ha aggiunto che Londra non seguirà Washington nel blocco degli arrivi dall’Oltre Manica «perché l’evidenza che abbiamo è che non servirebbe a molto».

L’ESSENZA DELLA PRESIDENZA

Ma è servito, politicamente, a Trump o almeno lui si illude che gli serva. In realtà la zona ad alto rischio nella quale Trump da vero cinghialone si è cacciato definitivamente l’11 marzo, mentendo alla nazione, è legata alla natura stessa della presidenza americana, natura ancor più netta sotto campagna elettorale. Il presidente è negli Stati Uniti qualcosa di più del capo dell’esecutivo, è il grande sacerdote del massimo rito (religioso) nazionale, l’esaltazione la difesa e l’onore reso a una parola e a un concetto, America, che è la base di un Paese figlio di un’idea molto più che di una terra, ancora troppo giovane per essere unica madre di tutti. Nei momenti di vera crisi, e soprattutto in momenti lunghi come l’attuale, l’elettore medio ha bisogno di identificarsi con il presidente, di sentirlo vicino, uniti dalla stessa parola, America. Non si è vicini a nessuno quando si mente, si pasticcia, e si manipola. E questo è il rischio nel quale Trump si è infilato, mettendo in gioco il suo stesso carisma presidenziale. La realtà molto seria del coronavirus ha chiuso il cerchio.

LA LEZIONE DI MENCKEN

Mencken fu anche filologo e il suo The American Language (1919) è un lavoro fondamentale, ma resta soprattutto come colui che scrutò con particolare acume il costume e la politica, quest’ultima come quintessenza del tutto. Seguì tutte le campagne presidenziali della prima metà del 900 e sui presidenti a partire da George Washington espresse un giudizio, positivo solo per una frazione di loro. Non si fidava degli elettori, e ancor meno si fidava degli eletti. Nel luglio 1920, un secolo fa, trovava la formulazione migliore in un articolo per il Baltimore Evening Sun: «Come la democrazia si perfeziona, il ruolo del Presidente rappresenta sempre più da vicino l’anima più profonda del popolo. Verrà una grande e gloriosa giornata in cui la gente comune del Paese finalmente realizzerà il desiderio più profondo del cuore, e la Casa Bianca sarà occupata da un vero balordo e da un totale narcisistico idiota».

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