Il calcio e l’economia di guerra ai tempi del Covid-19

C’è chi dice “boh?”. Se c’è un settore della società italiana che perfettamente si adatta all’emergenza da coronavirus, questo è il calcio. Che a partire dalla sua espressione di vertice, la Lega di Serie A, l’emergenza l’ha ipostatizzata come metodo di lavoro quotidiano. Si naviga a vista as usual, e sperando che la vista non venga orbata da un cazzotto sbucato chissà come e dove. Dunque non bisogna stupirsi se, nei giorni dell’emergenza globale da pandemia, il microcosmo della cosiddetta “Confindustria del calcio italiano” non abbia dato una regolata alle abitudini di sempre. Quelle per cui le decisioni strategiche vengono assunte col metodo “schiaffo del soldato” (se vai sotto, fatti tuoi), con un grado di fiducia reciproca testimoniato dal plotone di smartphone posti in modalità Rec durante assemblee e riunioni. Ché quegli audio possono essere un’assicurazione sulla vita propria o sul killeraggio del rivale di giornata.

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Damiano Tommasi, numero uno dell’Aic.

Ci s’era lasciati con un presidente di società che via Instagram dava del pagliaccio al neo-presidente della Lega e con quest’ultimo che rispondeva annunciando querela. E si ricomincia con alcuni presidenti che pianificano atti di forza per la ripresa degli allenamenti e perciò litigano con l’Associazione Italiana Calciatori e con gli altri presidenti che invece vorrebbero protrarre il blocco di ogni attività. Compatti e simmetrici come nella famosa scena di Le iene di Quentin Tarantino. Ma si può star certi che su una cosa saranno d’accordo: la richiesta di aiuti a uno Stato che già ha da soddisfare migliaia di emergenze ma si dovrebbe far carico pure dei conti di Preziosi, Cellino, Ferrero & C.

TUTTE LE CIFRE DEL DANNO

Al di là delle facezie la situazione è drammatica. E il grande circo del calcio, che come fosse guidato dal pilota automatico è riuscito fin qui a reggersi, adesso rischia di vedere colpito a morte un sistema economico che comunque continua a produrre cifre di estremo rilievo. Nella giornata di lunedì 16 marzo il campionato di Serie A ha completato la prima settimana di stop causa Covid-19. E il tempo trascorso è stato occupato a compiere valutazioni di diverso tipo. A cominciare da quelle sulle decisioni da prendere riguardo alla stagione in corso. Come comportarsi se lo stop si protraesse? Durante il weekend del 15 marzo è circolato con insistenza un ottimistico crono-programma che vedrebbe riaccendere la giostra il 2 maggio, e da lì in poi avanti fino a fine giugno sfruttando il quasi certo spostamento della fase finale degli Europei 2020. Sarebbe un’ipotesi da sogno, non fosse altro che per il fatto di essere certamente fuori dall’incubo del coronavirus in data 2 maggio. Ma, appunto, trattasi di prospettiva ottimistica. Rispetto alla quale si prefigurano scenari complicati abbastanza da fare ipotizzare che si debba tirare una riga sulla stagione 2019-20 e decretarne gli esiti a partire dalle classifiche parziali, o in via subordinata far disputare play-off e play-out.

Ci saranno perdite sanguinose. Tali da richiedere un pesante ridimensionamento, anche agli stipendi dei calciatori

Il tempo dirà. È invece indifferibile trovare soluzioni riguardo all’altro tema di cui si è dibattuto in settimana: l’ammontare delle perdite che il calcio italiano rischia di macinare a causa dello stop e le soluzioni da prendere. Riguardo alla stima delle perdite sono circolate cifre diverse. Secondo quanto dichiarato a La Stampa da Andrea Sartori, che riveste il ruolo di Global Head of Sport in Kpmg, la Serie A rischia di rimetterci 650 milioni di euro fra mancati incassi, quote di abbonamento da restituire per le mancate partite e contratti commerciali prossimi a andare in fumo. La stima di Sartori si pone fra gli estremi fissati dai due principali quotidiani italiani d’informazione. A giudizio di La Repubblica le perdite si attesterebbero sui 430 milioni di euro, mentre il Corriere della Sera spara più alto: 700 milioni di euro. Chi ha ragione? Tutti e nessuno. Nel senso che dipende dal numero di variabili che vengono considerate nel calcolare l’ammontare delle perdite. Ma si tratterà comunque di perdite sanguinose. Tali da richiedere a tutti un pesante ridimensionamento. Anche agli stipendi dei calciatori, che cominciano a essere presi di mira.

UN DISASTRO GLOBALE

Le cifre menzionate sono relative alla sola Serie A. Esse diventano esorbitanti se l’ottica si proietta su un piano più ampio, che coinvolge sia i singoli movimenti nazionali che le grandi competizioni internazionali. Un flash pubblicato dall’Ansa la scorsa settimana ha illustrato una panoramica da economia di guerra. Riportiamo soltanto alcuni dati: 3 miliardi di euro e 0,2% di Pil in meno per il governo giapponese in caso di rinvio delle Olimpiadi di Tokyo; 300 milioni di euro in costi supplementari nell’ipotesi (altamente probabile) che gli Europei di calcio vengano spostati al 2021; 80 milioni di euro persi in Formula 1 a causa dell’annullamento dei primi Gp; e 70 milioni di euro in bilico per il rinvio del Giro d’Italia. C’è tutto un sistema globale dello sport che si trova in grave sofferenza e intorno a esso anche il circuito industriale connesso che rischia di venir giù per effetto domino: pay tivù, agenzie di scommesse, settore marketing e comunicazione, aziende dell’equipaggiamento sportivo, e in generale tutto l’indotto che si muove intorno alle gare e alle grandi manifestazioni. Il crac si avvia a avere proporzioni immani e la Serie A ne è solo un segmento.

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